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Piccoli scrittori crescono

I nostri alunni dialogano con i libri e con gli autori



La mia esperienza con i libri e la lettura


Mi chiedo a volte, quando mi fermo a pensare, come sia avvenuto il mio primo incontro con la lettura, come sia venuta a contatto con questo mondo parallelo e come il continuo, insistente leggere mi abbia portata a scoprire questa passione e a coltivarla con gli anni, fino ad arrivare a oggi. Ai bambini si iniziano a leggere storie o brevi fiabe appena cominciano a sviluppare la capacità di collegare tra loro le parole e ad associare immagini, comprendendone il significato. Anche io come tutti ho iniziato così; tengo ancora sullo scaffale due piccoli libricini che mia mamma era solita leggermi da bambina, erano i miei preferiti e tuttora non riesco a sbarazzarmene. Mi domando però il perché si inizi a far entrare in contatto le persone con il mondo della lettura fin dalla tenera età. Per divertimento, per insegnare una morale, o forse per piantare il seme di un fiore che, se innaffiato costantemente, continuerà a crescere e a diventare ogni giorno che passa sempre più bello. La lettura è il nostro fiore, ciò con cui la innaffiamo sono fiabe, libri, romanzi, per poi passare a testi più complessi, a poesie e poemi che se si hanno la pazienza e la voglia di leggere fanno crescere non solo il fiore, ma anche il nostro cervello, dandoci più punti di vista da cui vedere il mondo e la società in cui viviamo. Crescendo con gli anni, è aumentato il mio desiderio di conoscenza e la lettura è stata uno dei tanti modi per soddisfarlo. Non leggevo però solo a scopo informativo, avevo “fame di parole”, di veder scritte e talvolta di scrivere io stessa. Tuttora ne sento il bisogno. Secondo le riflessioni di Erri de Luca, un libro, anche se aperto per poco, è come una finestra che aiuta a cambiare aria, facendoti entrare nel mondo di ciò che stai leggendo. Secondo il mio parere, questo è uno dei più grandi benefici della lettura; quando si ha bisogno di disconnettersi dalla realtà, con un buon libro è possibile. Da un po’ di tempo però la mia finestra pare momentaneamente chiusa. Mi è difficile trovare qualcosa che mi piaccia e mi soddisfi, molte volte inizio un libro e lo lascio a metà, abbandonandolo sullo scaffale. Proprio ieri, intenta a riordinare la libreria, mi sono sorpresa nel vedere quanta polvere ci fosse su alcuni volumi, perché non li tocca da mesi. La cosa mi ha molto rattristata. Sono convinta che se trovassi qualcosa che mi piaccia davvero, tutto tornerebbe come prima, poiché mi manca la sensazione che provavo quando mi appassionavo a un libro, passando notti a leggerne le pagine. Per questo motivo in settimana andrò in libreria e spero di trovare il libro perfetto… o che lui trovi me. Continuo a essere affascinata da questa attività che paragono all’arte. Mi piace immaginare come lavora uno scrittore prima di presentare il libro compiuto e di come si possa arrivare al prodotto finito. Tutte le idee e i ragionamenti raccolti assieme, penso sia strabiliante come un uomo o una donna possa comunicare così tanto solo attraverso l’uso di parole; spero un giorno di riuscirci anch’io. Vorrei lasciare qualcosa, anche solo un piccolo libro, in grado di sopravvivere al tempo e che con esso migliori. La lettura non è qualcosa di effimero; ti segna. E quei segni più avanti si trasformano in insegnamenti. Penso di aver imparato molto, da ogni singola parola; ancora molto mi resta da imparare, ma sono dell’idea che leggere mi abbia aiutata a sentirmi più completa, anche se sono ancora giovane. Lettere dopo lettera sono diventata parte, sempre di più del mondo che conosco.

Giulia Trombin 3G


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Quel giorno la mia stanza...


Ero da poco tornata dalle vacanze, avevo appena cominciato a disfare la valigia e la mia stanza sembrava un campo di battaglia.
C’erano vestiti sul tappeto e sul letto, tanto che non si vedevano né i colori del tappeto, né quelli dei cuscini.
I libri sulla scrivania, gli auricolari sulla sedia e i portafoto sulla mensola non si vedevano più, ma la valigia era ancora semipiena.
Ad un certo punto suona il campanello, corro a guardare dalla finestra, era la mia amica, Rebecca, un’amica che non vedevo da tempo e che mi era venuta a trovare.
Non ci potevo credere… ma poi mi ricordai che dovevo sistemare tutto quel disastro. Mi precipito in camera e vedo la mia gattina, che spaventata, era entrata nella mia valigia.
Io, presa dal panico, rimisi tutto ciò che potevo nella valigia blu e ciò che restava nell’armadio. Ad un certo punto inciampai ed urtai l’armadio, l’anta si aprì e caddero a terra gran parte degli indumenti che poco prima avevo ammucchiato all’interno, nel tentativo di nasconderli. La mia maglia preferita con la scritta “Sorry”, i miei calzoncini azzurri, quattro canotte, il vestitino bianco e la mia borsetta, erano a terra tutti in disordine.
Intanto Rebecca era salita, così corsi ad abbracciarla, poi mentre parlava con mia mamma, mi chiusi in stanza per qualche minuto e nascosi i miei vestiti in qualche modo.
Dopo circa dieci minuti lei entrò e si sedette sul letto appoggiata al mio cuscino raffigurante Londra; osservò la stanza per qualche istante, mentre io cercavo, senza farmi notare, di nascondere la maglietta che usciva dall’armadio.
La mia amica mi disse che aveva notato dei cambiamenti; prima non c’era il comodino bianco con i cassetti colorati vicino al letto e neppure la scrivania e neanche le nuove tende raffiguranti New York.
Poi guardò i muri e vide che erano lilla, decorati con adesivi a forma di fiore, i libri nella libreria e sulle mensole dello scaffale erano cambiati, anch’io ero cambiata, non ero più la bambina di quando ci siamo conosciute e neppure lei.
Mi sedetti per terra sul tappeto rosa e viola, con le gambe incrociate e appoggiata al letto ricoperto da un copriletto fuxia a fiori bianchi, sopra al quale c’è una mensola piena di ricordi, foto e peluches.
Rebecca di fronte a me si era invece appoggiata all’armadio, quello con le ante scorrevoli vicino allo specchio, colmo di vestiti e io speravo che le ante non si aprissero all’improvviso. Parlammo per circa mezz’oretta.
Poi prendemmo il nostro “diario in comune”, iniziato l’anno scorso, dal cassetto arancione, il più alto del comodino e iniziammo a scrivere di quel fantastico pomeriggio trascorso insieme. Era quasi sera e lei doveva tornare a casa, così ci abbracciammo, promettendoci di rivederci al più presto.
Siamo diverse, lo ammetto ma la nostra amicizia va oltre questo, non ci separeremo mai!

Linda Donini 1D


Liberamente ispirato dal racconto “ Le Bambole” tratto da “ L'inventore di sogni” di Jan MacEwan


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Novate Milanese, giugno 2016

Carissimo Antoine,
inizio col dirle che la ammiro molto. E’ riuscito a capirmi senza neanche conoscermi e per prima cosa, non è un’impresa semplice; come seconda cosa, le assicuro che nessuno prima di lei era riuscito a farlo fino in fondo.
Ah…che sbadata, scusi! Le dà fastidio se la chiamo Antoine? Sa…il suo cognome è decisamente troppo lungo e complicato per i miei gusti e se dovessi ripeterlo più volte nella mia corrispondenza, penso che essa non finirebbe più!
Quindi Antoine, tornando al discorso iniziale, io la ammiro profondamente! Non penso di essere l’unica a farlo, come non penso di essere l’unica ragazzina che le scrive in attesa di una sua possibile risposta futura, ma se le interessa, mi piacerebbe discutere con lei di questa mia, appunto, “ammirazione” e, sempre se non la disturbo, avrei qualche quesito da porle. Quindi, essendo entrambi d’accordo, possiamo iniziare!
Partendo dal fatto più ovvio, il suo è l’unico romanzo che io abbia mai letto finora che è gradito da ogni persona, indipendentemente dall’età di quest’ultima! Esso infatti, se letto da un bambino può assumere un significato, ma se letto da un adulto può assumerne un altro completamente diverso. E io quindi, che avendo solo quattordici anni, non mi reputo né uno né l’altra, come dovrei interpretare secondo lei la sua meravigliosa lezione di vita? Beh…considerando che almeno per il momento non posso ricevere una risposta da lei, le dico la mia opinione! Ebbene sì, scusi se mi ripeto, ma la sua è stata per me una vera e propria (e oserei dire anche molto preziosa!) lezione di vita. In ognuno dei suoi capitoli lei ha saputo raccontare e spiegare nei dettagli dei determinati periodi della mia vita e là dove c’erano dei problemi, ha saputo dirmi come affrontarli. Inoltre, come se non fosse già abbastanza, non solo ha compreso i miei dubbi e mi ha aiutato a sconfiggerli, ma l’ha fatto in un modo che mi ha fatto letteralmente sognare.
Ogni volta che leggevo quelle lettere nere scritte su quelle pagine bianche e osservavo attentamente quei disegni, restavamo solo io e lui, il Piccolo Principe. E con noi, tutti i miei dubbi, i miei problemi, i miei sogni…Per fare un paragone, prima era tutto come un’operazione impossibile da risolvere, e lei mi ha dato la soluzione. Per questo Antoine, non posso far altro che ringraziarla per ciò che ha fatto per me e per gli altri lettori. Certo…devo ammettere che il finale mi ha un po’ sorpreso e sì, anche un po’ “deluso” in fondo. Sempre se lei può svelare i segreti dell’autore, mi può chiarire la conclusione? Sì ok, va bene, lo so che è il mistero della vita e che quindi è creato volontariamente questo “enigma” attorno alla fine del Piccolo Principe, ma sono una ragazza molto curiosa e questo dubbio mi tormenta… Quindi, per cortesia, se in questa mia lettera sono riuscita a farmi voler bene almeno un po’… la prego di svelarmi questo piccolo segreto. Le prometto che resterà tra noi! Per concludere, quindi, non mi resta che rimandarla a una futura corrispondenza con caloroso affetto e tanti saluti. Ciao Antoine, sappia che mi ha fatto piacere “parlare” con lei, una delle sue tante(credo) ammiratrici, Elisa.

P.S. Deve perdonarmi per averle scritto come se fosse ancora vivo. Lo so, tutti la credono morto nel 1944 e quindi probabilmente non riceverà mai questa mia lettera, ma il corpo non è mai stato ritrovato e quindi, chi lo sa? E’ vero anche che se fosse ancora vivo avrebbe ormai 116 anni, ma se non mi sbaglio il suo libro insegna anche a sognare no? E se fosse lei il Piccolo Principe? Stava forse scrivendo il suo destino al posto di una semplice favola per bambini?
Elisa Corcione(terza media)

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Novate Milanese 3-12-15

Cara signora Rowling,
i suoi libri mi piacciono molto. Parlo della saga di Harry Potter che è piaciuta così tanto ai bambini per via di maghetti e streghette, e che ha fatto appassionare gli adulti. Io sto leggendo il sesto e penultimo libro e devo dire che è bello quanto i primi. In un giorno sono arrivata a più di metà, leggendo anche di notte; questo vuol dire che ho voglia di finirlo.
Ho letto il primo libro quando avevo già visto il film ed è stato meno emozionante del previsto. Gli altri invece mi hanno fatto sentire davvero ad Hogwarts e mi hanno fatto piangere e ridere, immaginavo ogni scena con fantasia. Nel sesto, i tre protagonisti sono cresciuti, e quindi la gelosia non manca mai tra le pagine. Mi è piaciuta molto la parte del “Ballo del Ceppo”, citata nel quarto libro, perché Harry e Ron non riescono a credere che Hermione sia stata invitata.
Devo anche dire che i film mi sono piaciuti molto e ad accompagnarli ci sono state delle magnifiche colonne sonore. I film, soprattutto i primi, rispettano molto i suoi libri, invece gli altri saltano un po’ di scene, certo non così importanti. I protagonisti sono stati proprio azzeccati e mi sono piaciute molto alcune delle loro battute. Quando i protagonisti hanno iniziato a fare i film avevano la mi età, cioè undici anni, e una delle cose che mi sono piaciute di più è proprio il fatto che loro crescano, diventino grandi, e se confronti la copertina del secondo e del quarto film, puoi rimanere stupito per quanto sono cambiati.
Ancora non posso dire quale libro mi è piaciuto di più, perché dovrei leggere anche l’ ultimo, ma il quarto libro è stato uno di quelli con più emozioni, per via del torneo tremaghi. La cosa chi mi è piaciuta tanto è il mistero che ogni volta è difficile da scoprire e che ti mette alla prova. Ora passo alle mie domande: vorrei proprio sapere come hanno fatto a nascere nella sua testa idee così fantastiche e come è riuscita a svilupparle su carta. Non riesco proprio a spiegarmelo, perché io non sarei mai in grado di riuscire a fare cose così strabilianti. Poi vorrei chiederle se ha apprezzato il modo in cui sono stati fatti i film e se i personaggi sono come lei se li è immaginati. Se Hogwarts era veramente così nella sua testa e se costumi e sceneggiature sono stati azzeccati. Poi volevo darle un piccolo consiglio che secondo me è molto importante, cioè: non badi alle critiche, perché il suo libro è perfetto! Infatti non ho critiche da fare, ma solo una grande ammirazione per la sua grande fantasia. Una delle ultime cose di questa lettera è che tutta la saga mi è piaciuta così tanto che per Natale ho chiesto a tutti i miei parenti di regalarmi tutti i film e ogni libro per poter rivivere ogni volta un sentimento nuovo perché è questo che significa per me Harry Potter.
Ora le porgo i miei ringraziamenti per aver dato la speranza di un mondo nuovo per quei bambini che non hanno più i genitori perché i sogni si possono avverare, e la felicità non deve mai mancare. Lei ha fatto rinascere il desiderio della magia nelle persone, e fatto capire che in mondo abitato da babbani (gente senza poteri) un po’ di magia non guasterebbe!!!

Cari saluti,
Larissa Maccalli

Renzo e Lucia ai giorni nostri...

Francesco e Beatrice erano sempre stati innamorati l’uno dell’altra, fin da quando, da bambini, si scambiavano bigliettini sotto i banchi della scuola elementare di Milano. Durante quegli spensierati giorni d’infanzia non avevano alcun timore o preoccupazione del loro futuro, non ancora inciso sulla linea del tempo e, l’unico ostacolo che si era mai posto tra i due, era l’insegnante di storia, che intercettava le loro piccole corrispondenze e, talvolta, coglieva l’occasione per convocare i loro genitori.
Adesso, però, giunta la tanto temuta età tardo-adolescenziale, in quella stretta camera fiocamente illuminata dalla pallida luce dei lampioni proveniente dalla finestra, Beatrice rimuginava sul fatto che quanto accaduto quel mattino fosse di un errore irreparabile; non era sicura che Francesco l’avrebbe facilmente perdonata, per la situazione che aveva avuto luogo tra i banchi di scuola, e desiderava ardentemente che quella notte passasse più in fretta possibile, per avere presto occasione di incontrare Francesco e cercare di chiarire, una volta per tutte, quell’assurdo equivoco. Vi era, però, un piccolo problema: lei era a conoscenza dell’orgoglio di Francesco, e non aveva idea di come presentarsi davanti a lui; non poteva certo arrivare così, su due piedi, e mormorare poco convinta uno “Scusami”, sperando di convincere il ragazzo a dimenticare tutto.
Era ormai quasi completamente convinta di chiedere a sua madre un aiuto, un consiglio, o semplicemente un po’ di conforto e rassicurazione, quando – proprio in quell’istante – la maniglia della porta della sua camera si abbassò lentamente, per rivelare proprio la figura della donna a cui Beatrice stava pensando. Sua madre, Daniela, era il suo punto di riferimento; una di quelle donne semplici e sagge, di poche ma profonde parole che, da sempre, erano riuscite a risolvere i problemi di Beatrice. Già alla sua vista, le si alleviò gran parte del dolore che sentiva al petto, come una stretta morsa che le impediva di respirare; ma furono le sue parole che, subito, le arrivarono semplici ed esatte al punto giusto, a farle comprendere ciò che aveva dimenticato. «So quanto possa sembrarti irreparabile questa situazione» le aveva riferito, una volta sistemata accanto alla figlia. «Ma fidati di una che guarda l’evento dall’esterno, e prova a comprendere i miei pensieri a riguardo. Solo perché Francesco se l’è presa, non significa che sia disposto a perderti. Sai anche tu che la storia che voi due avete alle spalle è così profonda e sincera, anche grazie alle difficoltà che avete maturamente superato; sono sicura che riuscirete ad attraversare anche questa, unendovi anche più di prima.»
Nonostante Beatrice si fosse lasciata trasportare dalle convinzioni della madre, una parte di lei sapeva che qualcosa era diverso, quella volta: non si erano mai trovati in una situazione del genere, c’erano sempre stati lui e lei, da soli, e nessun altro era stato mai incluso nelle loro vicende problematiche. Il fatto che questa volta ci fosse anche un altro ragazzo, Stefano, era per Beatrice una completa novità. Di sicuro, quel giorno, a scuola nessuno mai si sarebbe aspettato che Stefano spuntasse così, all’improvviso, e baciasse Beatrice proprio di fronte a Francesco. Beatrice, per prima, era rimasta “di sasso”, come si suol dire, e durante la discussione avuta in seguito con Francesco, era parso al ragazzo che lei stesse difendendo Stefano. Per questo, adesso, Beatrice si ritrovava disarmata e sola, a cercare una possibile soluzione per quanto accaduto. Le parole della madre, dopotutto, erano sincere e giuste: il rapporto che avevano i due ragazzi si era sempre basato sulla fiducia verso l’altro e non c’era motivo di rovinare una grande storia d’amore solo a causa di un grosso malinteso. Francesco, a sua volta, avrebbe dovuto capire che Stefano, da sempre suo nemico, sarebbe stato disposto a commettere qualsiasi azione, pur di screditarlo. Dunque, se avessero provato a confrontarsi in modo sereno e pacifico, senza finire con un litigio – come invece avevano fatto in precedenza – la situazione si sarebbe senz’altro chiarita.
Andò così, infatti: Beatrice era adesso carica di speranza e fede; sapeva che, affidandosi alla sua fiducia verso il ragazzo, avrebbe superato anche questa difficoltà e, ne era ormai certa, si sarebbero riappacificati entrambi. Queste motivazioni guidarono Beatrice da Francesco, il giorno successivo. Iniziò a spiegargli il suo punto di vista, riportando nel suo discorso anche le parole della madre, che le galleggiavano nella mente e nel cuore. Era sicura che anche il ragazzo le avrebbe condivise, e infatti egli si dimostrò paziente e per niente orgoglioso, disposto ad ascoltare la ragazza e a perdonarla, dimenticando l’equivoco accaduto che aveva causato l’origine della disperata e lunga notte insonne di Beatrice.

Sofia Marrazzo (terza media)

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Lettera all'amico William.

Caro William Shakespeare,
è dall’inizio delle medie che continuo a leggere i tuoi libri. Sono belli, appassionanti e quando li leggi, quasi quasi ti immergi nella storia. Leggendoli mi rilasso, in quel momento è come se vivessi nella storia, perché sono scritti così bene che sembrano reali. Mi chiedo come fai a scrivere queste storie che sembrano poemi.
Io non sono una grande lettrice o scrittrice, ma da quando leggo i tuoi libri, appassionandomi, ho iniziato a leggere e a scrivere testi che neanche io avrei pensato di scrivere.
I tuoi libri, essendo a sinistra in inglese e a destra ini italiano, mi hanno convinta a leggere persino la parte inglese, perché sono scritti così bene che non puoi evitare di leggerne dei pezzi.
Tutti pensano che io legga ‘Romeo e Giulietta’ perché mi chiamo Giulia, ma invece non è vero. Questa storia io la leggo perché è appassionata e delicata. E’ anche la prima tua opera che ho conosciuto: l’amore di due giovani innamorati che si uccidono per colpa delle famiglie che si odiano. E poi non parliamo di ‘Sogno di una notte di mezza estate’, storia che mi ha appassionato molto.
Avrei così tante cose da chiederti, ma sono domande che non avranno mai risposta. Ci hai lasciato i tuoi poemi, i tuoi capolavori che leggerò sempre e solo pensando a te.

Giulia Sangiovanni (prima media)